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POESIA DA GAZA

  • Writer: pubblicazionesirin
    pubblicazionesirin
  • Dec 12, 2025
  • 6 min read


Questa foto, la Pietà di Gaza (scattata dal fotoreporter palestinese Mohammed Salem e vincitrice del World Press Photo 2024), è uno dei simboli del genocidio a Gaza. Genocidio perpetrato dal governo israeliano in seguito al terribile 7 ottobre del 2023, giorno in cui i terroristi di Hamas attaccano il territorio israeliano, al confine con Gaza, massacrando 1145 persone, violentando civili e sequestrando 251 ostaggi tra cui vecchi e bambini. La reazione del governo israeliano a questa strage è nota, nonostante l’insistenza della propaganda di Netanyahu nel presentarla come legittima difesa, come guerra all’antisemitismo, nonostante i tentativi di oscurare alla vista del mondo quanto è accaduto a Gaza. Troppi cadono in polarizzazioni ipocrite, strumentalizzano, dimenticandosi che sia Hamas sia Netanyahu sono stati dichiarati colpevoli di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Dimenticandosi di stare dalla parte delle vittime. Le vittime del genocidio palestinese, come le vittime tra gli ostaggi israeliani, come tutte le vittime senza distinzione di tempo, confini, etnia, hanno un volto ed un nome, una storia di dolore che è come un sussurro che si è insinuato nelle nostre menti distratte. Nel libro “Sudari” di Paola Caridi, questo sussurro è assimilato ai sudari, che sono “un suono flebile e fragile, la colonna sonora del genocidio, come note bianche sul pentagramma nero del nostro presente”. Il kafan, il telo funerario islamico, a Gaza è “poesia, rito, luce”. È segno di amore e cura umani, è protezione del corpo dallo sguardo impietoso del mondo, dalla devastazione e dall’orrore della guerra. La distanza fra la morte dei palestinesi vittime del genocidio e la cura per i defunti stabilita dalla tradizione islamica è sconvolgente.


“Non c’è tempo per grandi funerali e addii adeguati,

non c’è molto tempo: un razzo furioso sta arrivando,

ci accontenteremo di un bacio veloce sulla fronte

e un addio rapido, aspettando la nuova morte.

Non c’è tempo per l’addio”.


Questi sono i versi (del 09/10/2023), della poetessa e biochimica Heba Abu Nada, uccisa poco più che trentenne da un bombardamento israeliano, il 20 ottobre 2023. Secondo il rito islamico, prima della sepoltura, si deve lavare accuratamente e profumare la salma, avvolgere la persona defunta nel sudario e pregare per lei. Paola Caridi cita Nabil Bey Salameh: “Il corpo, tempio che ha ospitato lo spirito, è trattato con quella dignità che si riserva a un bene in prestito, che ora va restituito – con mani lente e consapevoli – al suo Creatore”. Le vittime hanno dei volti e hanno dei nomi, che restituiscono dignità ai corpi straziati, fatti a pezzi, sepolti sotto le macerie. Alaa Abu Aasi, una bambina di nove anni, è stata uccisa dai cecchini israeliani mentre giocava fuori dalla sua tenda.

Hind Rami Iyad Rajab, sei anni, stava fuggendo da Gaza con la sua famiglia quando la sua auto è stata colpita da un fuoco incrociato; la bambina si è ritrovata circondata dai corpi morti degli zii e dei cugini, è dovuta restare nascosta nell’auto per ore. I carri armati israeliani hanno acceso di nuovo il fuoco contro la macchina e Hind ha visto la cugina, che era inizialmente sopravvissuta e aveva contattato la Mezzaluna Rossa palestinese, uccisa di fronte a lei. La Mezzaluna Rossa palestinese ha inviato un’ambulanza, ma il 10 febbraio 2024 Hind è stata trovata morta insieme a due paramedici. Un carro armato era arrivato a sparare 335 colpi. La voce registrata della bambina, in telefonata con la Mezzaluna Rossa, ha ispirato il film “La voce di Hind Rajab” (regista Kaouther Ben Hania).

Mariam Abu Dagga è una giornalista che aveva trentatré anni quando è rimasta vittima del bombardamento all’ospedale Nasser. Ha lasciato le sue volontà: ai suoi colleghi ha chiesto di non piangere al suo funerale, a suo figlio di renderla orgogliosa e di chiamare sua figlia Mariam, come lei.

Sila è morta congelata il 25 dicembre 2024 nell’accampamento di Al-Mawasi, ad appena venti giorni. Jomaa al-Batran ed il gemello Ali, di tre settimane, sono morti di freddo a distanza di un giorno l’uno dall’altro, in un campo profughi. 

“Voglio sognare/ fosse questa/ la mia unica colpa/ per essere ucciso”, scrive Haidar al-Ghazali in una delle sue poesie, raccolte insieme a quelle di altri autori palestinesi nel libro Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, curato da Bocchinfuso, Soldaini e Tosti, e dal quale sono tratte le poesie e alcune storie riportate in questo articolo.

E Yousef Elqedra, in una poesia sulla vita nelle tende degli sfollati:


“La tenda è un corpo fragile,

la sua pelle di stoffa stanca,

le sue costole bastoni esili

oscillano a ogni sussurro del vento.

Il vento non chiede permesso,

entra da ogni fessura,

apre le porte su un vuoto infinito,

ruba il calore dell’istante

e lascia dietro di sé un silenzio tremante.

La tenda non è una casa,

è una promessa d’attesa,

e ogni impeto di vento

ti ricorda che sei di passaggio

su una terra che non porta il tuo nome.

Poi arriva la pioggia,

pesante come un’antica tristezza,

colpisce il tetto della tenda

come a mettere alla prova la sua resistenza.

S’insinua all’interno,

disegnando mappe di macchie d’acqua

su un suolo che mai si asciugherà.

Il vento scuote la tenda,

la tenda abbraccia la pioggia,

e la pioggia lava via tutto,

ma non la memoria di chi ci vive.

Così la tenda rimane in piedi,

a testimoniare che la fragilità

è l’altro volto del Sumūd”.


(Sumūd significa “fermezza” e indica la resilienza di fronte alle avversità e la resistenza quotidiana non violenta del popolo palestinese).


E poi ci sono i bambini morti per la fame, per la crudeltà di chi ha bloccato quegli aiuti umanitari a loro destinati, di chi ha sparato sulla folla in fila per il pane. E qui mi viene da pensare ad altri versi, ai versi di Dante, che nel trentatreesimo canto dell’Inferno racconta la storia del conte Ugolino, imprigionato e lasciato morire di fame con i suoi figli:


“Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli

ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

Pensando a ciò che ‘l mio cor s’annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?”

 

Nel tempo del genocidio, di cui i nostri governi sono complici (avendo continuato a vendere armi ad Israele e assumendo come interesse primario quello commerciale), non c’è tempo per la cura o per la pietà. Anche noi cittadini comuni, noi cittadini del mondo, avvolti nelle nostre frenetiche vite quotidiane, abbiamo a lungo trascurato la macchia che aveva cominciato a formarsi nella collettiva coscienza dell’umanità. Come possiamo, allora, lottare contro la negazione dell’umanità? Per Paola Caridi la risposta è nel sussurro, testimonianza che ci consegnano i sudari, forza dei “senzapotere”. È nell’ascolto di un soffio di vento che il profeta Elia trova il suo Dio. È in un fragile sussurro che alberga la potenza della parola. E non c’è parola più potente, più essenziale, più universale di quella poetica: forse l’unica veramente in grado di denudare l’orrore e risvegliare la nostra umanità.

Dareen Tatour, nata in una città araba in Israele ed incarcerata per le sue poesie, in “Un attimo prima della morte”, scrive: “Scriverò/dalle tenebre delle caverne/forse potrò risuscitare il fiore del mattino”. Di nuovo, il grande poeta Haidar al-Ghazali scrive (25 aprile 2024):


“Oggi

i giovani liberi si sollevano nelle università

e lanciano la loro voce nel vento.

Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri

e piangono per le madri che non hanno trovato tempo

per piangere.

Oggi

i giovani liberi si sollevano nelle università

e non verrà promosso

chi non supererà l’esame di umanità.

Oggi il mondo mostra una certa giustizia,

una certa umanità,

il loro grido è la mia voce

e il loro sangue è il mio

bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.

Siamo un buon mondo,

governato da demoni bianchi

Perché non diventiamo un solo mondo?

Perché non cresciamo insieme?

La mia voce, la vostra voce

e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia,

ora è vostro.

Insegnate ai vostri figli

che il corpo della terra è uno,

che i confini della terra sono solo un’invenzione

e chi non rifiuta di uccidere

sarà ucciso facilmente.

Fermate il fuoco sui nostri petti,

fermate il fuoco

perché possiamo seminare la nostra terra

e nutrirvi.”


Beatrice Trottolini 4L


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