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DALLA COSTOLA DI UNA COLOMBA: TEATRO IN CARCERE

  • Jun 7
  • 7 min read

La sera di lunedì 18 maggio, sul palco del teatro Morlacchi, è stato portato in scena Dalla costola di una colomba - Assemblea poetica, spettacolo in cui hanno recitato alcuni detenuti del carcere di Capanne e studentesse e studenti del Liceo Alessi, del Liceo Pieralli del Liceo artistico Bernardino di Betto. Lo spettacolo è liberamente ispirato al mondo immaginato da Virginia Woolf in Le tre ghinee, in cui le donne hanno voce ed indipendenza e, con il pieno esercizio delle proprie libertà, sono custodi e portavoci di un nuovo sistema di valori da cui può germogliare una cultura di pace. La scrittrice lega le cause della guerra alla cultura patriarcale. “Riconosce che le radici della guerra e dei totalitarismi sono allacciate ai principi che di fatto promuovono un modello sociale gerarchico, in cui il dominio è un esercizio quotidiano”. Queste le parole di Vittoria Corallo, ideatrice e regista dello spettacolo. Il titolo “Dalla costola di una colomba” si contrappone all’idea che interpreta il racconto biblico della creazione della donna dalla costola dell’uomo come un’affermazione della sua inferiorità naturale rispetto a lui. Questi spunti di riflessione sono stati portati in scena insieme ad una serie di episodi che mettevano in luce pregiudizi e logiche da trasformare. 

Lo spettacolo si colloca alla fine di un percorso laboratoriale svolto da studenti e studentesse insieme ai detenuti, nato nell’ambito dei percorsi per la formazione scuola-lavoro; perciò abbiamo pensato di fare domande sulla loro esperienza alle ragazze dell’Alessi coinvolte cioè Cristina Capponi, Alice Luzzatti, Marwa Hdaddou e Sofia Staiano.

Marwa e Cristina ci hanno raccontato che la spinta principale a partecipare al progetto, proposto dalla professoressa Caputo (referente insieme al prof D’Ascia), è stata la curiosità di scoprire nuove realtà: “Trattandosi di un’esperienza insolita e che poteva difficilmente ricapitare, ho deciso di cogliere l’occasione e intraprendere il percorso”, dice Marwa. Alice aggiunge: “In realtà non sapevo esattamente cosa aspettarmi. Mi interessava rapportarmi con i detenuti, entrare un po’ all’interno della loro realtà e, dato che io ho sempre fatto teatro con i miei coetanei, anche sperimentare un teatro con persone adulte e magari con delle storie e degli interessi verso l’arte differenti”. Per Sofia l’esperienza è cominciata “per caso”: venuta a conoscenza del progetto in classe, si è informata e ha deciso di partecipare perché “poter fare teatro con una realtà così distante dalla mia mi sembrava, devo dire, intrigante”.

Alle domande sul rapporto con i detenuti, tutte descrivono gli incontri come sereni e stimolanti. Cristina racconta: “Fin dal primo incontro in carcere ho iniziato a pensare che stavo trovando qualcosa che aveva molto potenziale. Inizialmente, insieme alla curiosità c’era un po’ di imbarazzo, ma hanno aiutato molto i temi che ci venivano proposti perché, pur essendo stati forniti da altri, erano dei modi per conoscerci e per rompere il ghiaccio. Una delle prime cose di cui sono rimasta sorpresa è stata l’accorgersi che durante questi dibattiti io pensassi davvero poco al fatto di essere in carcere o in un contesto simile, si riusciva molto bene ad instaurare conversazioni anche su temi scivolosi. Andando avanti con il percorso di FSL ci siamo legati di più, ed è stato bello vedere come fossero felici di venire agli incontri e soprattutto propositivi nel fare lo spettacolo. Soprattutto nel periodo precedente alle prime messe in scena, quando abbiamo aumentato la frequenza degli incontri, si è iniziato a creare un gruppo molto unito anche con i ragazzi del carcere. Quando eravamo lì e parlavamo dello spettacolo scherzando tra di noi c’era una leggerezza che ti faceva quasi dimenticare il contesto, perché, anche se non sempre, eravamo tutti concentrati e felici di poter fare qualcosa di nuovo e creativo, ci davamo dritte e proponevamo idee per le scene”. Anche per Sofia il rapporto è stato tranquillo e gli incontri un’occasione di confronto: “Abbiamo avuto modo di dialogare, conoscerci e parlare del libro Le tre ghinee che ha dato lo spunto per la messa in scena teatrale, dialogando in maniera molto libera, condividendo opinioni, anche, devo dire, spesso molto diverse”.

“Io ho instaurato un bel rapporto perché non ho mai incontrato nessuno ostile o maleducato, sono stati tutti molto cordiali, disponibili, gentili”, racconta Alice.

Marwa approfondisce l’anima del progetto: “Come ci è stato subito sottolineato dalla regista durante i primi incontri orientativi, l’obiettivo non era la conoscenza delle storie personali o detentive dei partecipanti. Il vero proposito era l’incontro umano e artistico, finalizzato ad andare, attraverso il teatro, al di là dei ruoli di studente e detenuto, per essere semplicemente attori”. 


Lo spettacolo fa parte del progetto nazionale Per Aspera ad Astra, che ha l’obiettivo di riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza, credendo nel teatro come massima espressione della libertà umana ed esperienza di rieducazione del detenuto. Alle ragazze abbiamo chiesto se abbiano riscontrato il raggiungimento di questo obiettivo.

Alice spiega di aver visto come il teatro sia stato per i detenuti uno strumento di libertà: “Questi ragazzi, quando sono venuti a teatro per recitare, per quei brevi istanti non erano carcerati. È stato bello vedere che era come se gli brillassero gli occhi all’idea del fatto che tantissime persone erano là per vedere qualcosa che avevano fatto loro e di cui erano orgogliosi. Erano fieri del lavoro che avevano fatto e di poterlo manifestare a tutti. Ho apprezzato molto anche il fatto che si siano impegnati, perché aspettarsi una tale collaborazione da persone che non sono all’interno del mondo dello spettacolo e magari non interessate all’arte, mi ha sorpreso. Sono stati sempre disponibili anche nell’ascoltare i consigli o le indicazioni di Vittoria (la regista)”. Sofia è della stessa idea e aggiunge che il teatro poteva dar loro la possibilità di distrarsi dalla monotonia delle giornate. 

Riguardo poi alla riflessione che è stata portata in scena, Sofia rivela che “Portare un messaggio così importante come l’emancipazione femminile sul palco è stata dura. È stato molto difficile, anche perché loro erano tutti uomini, ma ha dato modo di mettersi in gioco e ha dato l’opportunità a noi studenti, ma credo anche a loro, di riflettere su queste tematiche anche molto distanti da loro”. Le tre ghinee di Woolf, sulla base del quale è stato costruito il confronto, è stato proposto dalla regista Vittoria Corallo, che poi ha ideato il copione riportando le idee esposte nei dialoghi tra ragazzi e detenuti, che emergono nelle battute e nei topic dello spettacolo, come spiega Alice. “È stato molto interessante vedere l’immagine che questi uomini avevano della donna e del concetto di pace. In particolare abbiamo trattato il tema della donna, che loro vedono un po’ come qualcosa di ancestrale, quindi un’immagine da idolatrare. Spero che attraverso la nostra visione abbiano compreso che quello che realmente la donna desidera è stare alla pari”.

Per Cristina il libro è stato anche un’opportunità “per ragionare su temi di cui non si parla molto nel quotidiano". Inoltre dichiara: “Ho avuto la possibilità sia di esprimermi sia di parlare con persone con visioni diverse o nuove, e questo mi può solo aver arricchito. Mi fa piacere pensare che queste riflessioni siano state portate anche al pubblico, proprio perché non è così scontato che si affronti questo tema senza un incipit esterno”.

Anche Marwa sembra aver apprezzato il tema del progetto, in particolare la possibilità di fermare la guerra ed il legame di quest’ultima con il ruolo della donna. Ne sono scaturiti “un dibattito profondo ed una riflessione universale sulla parità di diritti”.

Per concludere, abbiamo chiesto alle ragazze un commento sull’esperienza ed un momento che ricordano con particolare emozione.

Cristina dice: “Mi ha colpito molto vedere lo stupore dei ragazzi nell’entrare in teatro e nelle piccole cose. Mi ha fatto pensare a quanto ciò che noi diamo per scontato non lo sia affatto; anche quando pensiamo di riuscire a metterci nei panni degli altri, ci sarà sempre qualcosa dell’altro che noi non riusciamo a percepire, migliaia di visioni diverse su qualcosa che a noi sembra quotidianità”.

Marwa non ha recitato a causa del numero limitato di ruoli, ma ha lavorato con il gruppo della scenografia e dei costumi. Per lei il momento più bello è stato vedere lo spettacolo: “Vedere concretizzato l’intero percorso, il lavoro sui costumi e la recitazione. È stata un’esperienza fortemente formativa, un’immersione in una realtà complessa che mi ha arricchito dal punto di vista umano e che consiglio vivamente a chiunque ne abbia l’opportunità in futuro”.

Sofia racconta un episodio toccante che l’ha colpita: “Prima della messa in scena al teatro Morlacchi abbiamo fatto un piccolo cerchio dove bisognava esprimere un pensiero partendo dalla frase Io sono consapevole di…, e poi dire qualcosa. Un ragazzo ha espresso il sentimento per cui in quel momento, sul palco del Morlacchi, non si sentiva un detenuto ma si sentiva un vero attore”. Ci tiene a ribadire la bellezza del progetto e lo consiglia vivamente agli studenti in quanto opportunità di maturazione e crescita.

Alice, durante lo spettacolo finale, racconta di aver visto la luce negli occhi dei ragazzi, un barlume di speranza. Le pareva che pensassero:“Ok, dopo torno in carcere, però in questo momento sono qua, ci sono tantissime persone che sono qua per vedermi”. È rimasta colpita anche dal rapporto di fiducia reciproca instaurato tra questi ragazzi e la regista. Anche Alice, come Sofia, cita il “rito” che ha preceduto lo spettacolo e sottolinea come Vittoria abbia ritagliato diversi momenti per cercare di creare un rapporto tra gli studenti e i detenuti. “È stato bello vedere anche come fossero grati dell’aver potuto fare questo progetto, dell’essere entrati in relazione con noi e del rapporto che si era instaurato”.


Il progetto cui hanno preso parte Cristina, Alice, Marwa e Sofia è stato un catalizzatore di emozioni e spunti di riflessione, che, lo dico per esperienza, sono stati trasmessi anche agli spettatori. In particolare, un’educazione aperta e libera da pregiudizi è stata presentata come punto chiave dell’emancipazione femminile e dello sviluppo di idee nella mente delle donne. Come si intuisce dalle parole delle ragazze, il teatro è stata un’esperienza educativa anche per i detenuti, perché ha il potere di far oltrepassare i limiti delle nostre identità, per spingerci a dedicarci ad altro, ad essere qualcosa di più.


Beatrice Trottolini 4L


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