LA GIULIA DI TUTTI
- Mar 26
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Gino Cecchettin presenta il suo libro ai giovani di Perugia
C’è una strana sensazione che si crea quando a parlare è qualcuno che ha perso tutto e ha scelto di non tacere. Era questo il silenzio che si respirava il 2 febbraio scorso nella Sala del rettorato dell'Università degli studi di Perugia, dove Gino Cecchettin, padre di Giulia, uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta l’1 novembre 2023, ha parlato della sua esperienza. Con lui, in un dialogo aperto, l’avvocato Nicodemo Gentile, legale della famiglia Cecchettin e, in platea, tra gli altri studenti di diverse scuole della città, La Siringa.
Cara Giulia non è un libro di cronaca né un atto d’accusa, è una lettera: lunga, scritta a quattro mani con lo scrittore Marco Franzoso, indirizzata a una figlia che non può più rispondere. Gino Cecchettin ci racconta chi era Giulia, la ragazza che studiava ingegneria biomedica e si sarebbe laureata la settimana dopo la sua morte, che sognava di vivere in una brughiera e che aveva un sorriso timido. Ci racconta il crollo, i giorni dell’attesa, la scoperta e i funerali con quindicimila persone in piazza. Ma soprattutto ci pone una domanda: come è possibile?
La risposta che Cecchettin dà nel libro, e che ribadisce durante l'incontro, non è un dito puntato su Turetta, ma su una cultura, quella patriarcale. È la riflessione di un padre che si interroga su ciò che avrebbe potuto vedere e non ha visto e su ciò che la società avrebbe potuto insegnare e non ha insegnato. La rabbia, nel libro, viene messa a tacere.
La parte più dura dell’incontro è stata quella in cui si è parlato degli altri casi: le donne vittime di femminicidio che non si chiamano Giulia e che i giornali hanno già dimenticato. È lì che l’avvocato Nicodemo Gentile ha demolito i luoghi comuni che circondano il fenomeno e che contribuiscono a lasciarlo irrisolto. Il primo è forse il più pericoloso: l’idea che le vittime di violenza di genere siano donne fragili e incapaci di reagire. Giulia stessa era l’opposto di questo stereotipo: brillante, autonoma, con una famiglia solida alle spalle, prossima alla laurea. La vulnerabilità, ha sottolineato Gentile, non è una condizione dell’essere donna: è una condizione che il femminicidio crea, non trova.
Il secondo stereotipo smontato è altrettanto diffuso: quello della violenza progressiva. La narrazione secondo cui un femminicidio si annuncia sempre attraverso una lunga sequenza di segnali crescenti: prima le parole, poi gli schiaffi, poi, solo alla fine, dopo diverso tempo, il peggio. Ne consegue che una donna attenta avrebbe sempre il tempo e il modo di allontanarsi. I dati raccolti dalle procure italiane e le testimonianze ascoltate nell’incontro raccontano una storia diversa e più inquietante: esistono casi documentati in cui uomini senza alcuna storia di violenza pregressa sono passati direttamente all’omicidio, senza segnali intermedi, senza una progressione che avrebbe potuto essere intercettata. Turetta stesso era descritto come un “bravo ragazzo”. Il problema non era nascosto: era invisibile agli strumenti che avevamo per cercarlo.
Questo è il punto più difficile da accettare. Se il femminicidio fosse il gesto di un mostro, di un individuo riconoscibilmente deviante, sarebbe rassicurante: basterebbe imparare a riconoscere i mostri. Ma Cecchettin, nel libro e nell’incontro, insiste su un concetto diverso: il problema è culturale, il che significa che non vive ai margini della società, ma al centro. Vive nel modo in cui educhiamo i maschi a gestire (o a non gestire) il rifiuto. Vive nell’idea, ancora troppo diffusa, che una relazione finita sia una proprietà sottratta. Giulia, come ha ricordato il padre, tentava di lenire la sofferenza di Turetta per la rottura. Aveva pietà. E quella pietà le è costata la vita.
La Fondazione Giulia Cecchettin, nata dall’impegno del padre dopo la morte della figlia, ha fatto dell’educazione sentimentale nelle scuole il proprio cavallo di battaglia. Non come materia aggiuntiva ma come obbligo civile. I guadagni della vendita del suo libro vanno a finanziare questo progetto e le associazioni territoriali che si occupano di violenza di genere. Un gesto che trasforma il dolore privato in azione pubblica.
SOFIA PRESCIUTTI 5H



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